“Immaginare” un territorio integrato per una nuova governance di comunità in mutamento

Nel dibattito politico italiano torna con frequenza il tema di una possibile revisione  del Titolo V della Costituzione. Si tratta – come è noto – di quella parte della Carta fondamentale che fissa i poteri e le funzioni dei soggetti costitutivi della Repubblica: comuni, città metropolitane, provincie, regioni, stato. Danno lo spunto per una rinnovata discussione in materia le tensioni nei rapporti inter-istituzionali emerse dalla risposta al Coronavirus. Tensioni simili sono affiorate anche in Germania o negli Stati uniti. Ma, in Italia, il confronto tra stato e regioni sulle misure da adottare nell’emergenza si è fatto spesso più acceso del dovuto. E, in realtà, già da tempo alcune forze hanno mostrato intenzione di modificare a favore dello stato il regime dei rapporti tra i diversi livelli di governo. Andava in questo senso, per esempio, la riforma costituzionale accolta dal parlamento, ma poi respinta dai cittadini col referendum del 2016.

Sennonché, a sollecitare un nuovo assetto delle istituzioni territoriali e delle loro funzioni  è, ben prima che la politica, lo sviluppo reale del Paese. Prendiamo l’area lombardo-emiliana. Ormai da anni, sulla quell’area gravita Novara (Piemonte), mentre la provincia di Piacenza, in territorio emiliano, ha intense relazioni con il capoluogo regionale lombardo. Frattanto, Milano e Bologna si sono straordinariamente avvicinate grazie all’alta velocità. Nell’area si sono addensati centri di ricerca di livello mondiale: HumanTechnopole (MI), Cnao (PV), Big Data Technopole (BO) – per fare solo degli esempi. D’altra parte, le rinnovate sensibilità ambientali impongono che un grandioso bene comune come il Po venga amministrato da una governance  multilivello e trans-regionale.  È chiaro, insomma, che, in tendenza, tutta la infrastruttura di governo dei territori andrà rivisitata in funzione di un territorio ripensato sulla base di dati e dinamiche nuovi. Sarebbe meglio farlo prima che il non-governo di taluni processi produca danni. In Lombardia, a esempio, bisognerebbe impedire che le provincie intermedie tra Milano e Bologna siano mortificate dall’avvicinamento ‘ferroviario’ dei due capoluoghi.   

Ma come agire? Ricorrere a leggi, magari di rango costituzionale, è via  lunga e costosa. Si pensi alla vicenda delle città metropolitane. Create dalla legge nel 1990, sono – in parte – divenute realtà nel 2014: un quarto di secolo dopo! E poi, è difficile fissare in strumenti legislativi dinamiche così fluide.

Qualche risultato potrebbe invece scaturire da un impegno coordinato delle esistenti istituzioni, pubbliche e private. Queste dovrebbero prendere atto dei mutamenti dei territori, reinterpretarne la morfologia e le dinamiche  e cercare risposte strategiche alla loro domanda di governo. A farlo dovrebbero essere innanzitutto i c.d. enti esponenziali (dalle regioni, ai comuni), ma anche le camere di commercio, le autorità di bacino dei fiumi, dei porti e degli aeroporti, e poi le imprese industriali singole e associate (Confindustria), specialmente le aziende di servizi (energia e trasporti), nonché centri di ricerca, enti ospedalieri, università, fondazioni di origine bancaria, sindacati.

Si tratterebbe di sottrarsi a due tirannie mentali: quella del presente (che non ci fa pensare oltre la pandemia, oltre la prossima finanziaria o oltre le prossime elezioni) e quella dello statalismo (che ci impedisce di farci protagonisti del futuro, senza la benedizione di un ministero). Non è impossibile. Di fatto, va in questo senso un’iniziativa finanziata da ESPON. L’iniziativa si chiama IMAGINE ed ha per scopo di ‘immaginare’ un territorio integrato tra Milano e Bologna. L’ intento è di coinvolgere tutti i soggetti presenti nell’area in uno sforzo di visione e revisione della realtà territoriale, in un’attività di progettazione di nuovi partenariati e di una nuova governance di comunità in mutamento. L’impresa è guidata da istituzioni accademiche (Politecnico di Milano, in testa) e da think tank (come Globus et Locus).

A cosa approderà? È una partita aperta. Potremmo battezzarla “Nuovi territori”. E sarebbe buona cosa che venisse giocata a livello nazionale, che innescasse una dinamica imitativa di soggetti che intravedono nuove relazioni tra luoghi e attori. Perché – a ben vedere – la democrazia è anche (o soprattutto) produrre insieme immagini plausibili del futuro.

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